Già il titolo risuona come un motto per noi donne consacrate nel mondo, chiamate a perseverare nella quotidianità dell’offerta sacrificale e sponsale della nostra vita al Signore - come il rinnovarsi quotidiano della natura che genera fecondamente nuova vita - tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede (Eb 12,2).
La nostra cara sorella Maristella Alemanno ci ha aiutato a capire cosa significa "perseveranza" per una donna consacrata oggi, non tenendo una lezione tradizionale, ma creando un laboratorio, condividendo la sua esperienza come una vera guida (tutor) e aiutando ognuna di noi a trovare il proprio significato personale.
Per raggiungere questo obiettivo, ci è stata proposta la storia del profeta Elia, un modello straordinario di vita compiuta, la profonda realizzazione della volontà di Dio attraverso la fedeltà, la crisi e il superamento di sé. Elia è una figura carismatica, il suo nome significa “YHWH è il vero Dio”, vive in un'epoca di forte relativismo e sincretismo religioso; non si conosce nulla della sua genealogia, eppur rappresenta la totalità dei profeti e la convergenza delle Sacre Scritture che trovano in Cristo il pieno compimento (Trasfigurazione del Signore, Mt 17, 1-13).
Elia si presenta al re Acab annunciando una terribile siccità come punizione per l'idolatria del popolo; si rifugia in seguito presso il torrente Cherit, dove viene nutrito dal Signore. Elia rimane fedele alla propria vocazione di profeta, non scendendo a compromessi con il mondo o con i poteri del momento e ancorandosi all’unica verità - Dio è YHWH, YHWH è il vero Dio - che è la realtà che lo rende vivo (1Re 17, 5-6). Quindi si sposta a Zarepta, dove compie due grandi prodigi per la vedova che lo ospita: la determinazione di Elia che prende dalle mani della vedova il figlio senza respiro e lo porta al piano di sopra (1Re 17, 19-24) ci ricorda l’instancabile prontezza del nostro Padre Fondatore e del nostro amato Padre Pio ad intercedere presso il Signore per coloro che sono provati dal dolore nel corpo o nello spirito.
Dopo molto tempo, il Signore chiama Elia all’azione pubblica “di impatto” e la realizzazione del profeta avviene mediante il coraggio di esporsi e di rischiare per ciò in cui si crede. Elia affronta direttamente gli atti ingiusti del re e, sul monte Carmelo, prega perché il Signore manifesti la Sua potenza e converta i cuori degli infedeli (1Re 17, 30-40). Subito dopo, Elia vive l’esperienza del deserto emotivo: minacciato da Gezabele, si incammina nel deserto che rappresenta l'isolamento, il rifiuto dei problemi per rifugiarsi nella solitudine perché il peso del mondo diventa insostenibile. È l’immagine della fragilità ("Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri") di un uomo comune che, pochi giorni prima, aveva vissuto il trionfo della gloria di Dio sul monte Carmelo e, come risposta divina, trova una cura fisica e un incoraggiamento a proseguire: l'angelo che accudisce Elia facendolo riposare e dandogli da mangiare ci ricorda la necessità del ripristino delle energie biologiche e del riposo, per il recupero da un forte esaurimento emotivo, e l’imperativo ad alzarsi e a mangiare è la conferma del sostegno del Signore all’azione del profeta. È l’immagine di depressione e di “burnout”, è momento di crisi ed opportunità di spogliamento, di purificazione, di conoscenza interiore e profonda di sé, per poter finalmente diventare ciò che si è veramente. Nel cammino verso il monte Oreb, Elia non cambia la sua natura ma vive una conversione, una svolta che lo porta ad evolversi, progressivamente, mediante un processo continuo: mettersi in cammino è un’azione di guarigione interiore che fa maturare, anche spiritualmente, fino a “trasformare le ferite in perle” (cit. Anselm Grun, 2007). Elia riconosce Dio che si manifesta nel “mormorio di un vento leggero” (1Re 19,12) e il profeta è chiamato a vivere un’intimità profonda con Lui dopo gli eventi clamorosi del Carmelo. Elia brucia ancora di zelo, di amore per il Signore, e per questo motivo Lo riconosce nel silenzio del vento sottile e si pone in ascolto. Dio è sempre delicato e rispettoso della libertà dell’uomo, e parla al suo cuore: Elia si copre il volto, come per interiorizzare maggiormente la Parola che Dio sta per rivolgergli, e vive quel silenzio come uno nuovo luogo di incontro con il Signore, smettendo di proiettare i propri desideri e imparando a stare ed ad accogliere. Il profeta ha continuato a cercare Dio abbandonando le sue convinzioni, non volendo necessariamente capire ma vivendo la realtà nella sua evoluzione, e così è pronto alla nuova chiamata del Signore.
Così Dio chiama Elia a dare compimento alla sua vita generando un futuro attraverso Eliseo. Accettando che la sua missione appartiene a ogni vero credente, Elia getta il mantello sulle spalle del discepolo, trasmettendogli autorità, protezione e responsabilità. Eliseo non è più solo, ma diventa corresponsabile della missione. La scena in cui il discepolo chiede i due terzi dello spirito del maestro mostra una duplice maturità: come un padre spirituale, Elia sa accogliere il silenzio e lasciare il proprio carisma con fiducia a un figlio e, a sua volta, Eliseo è consapevole della sua primogenitura - simboleggiata dalla doppia quota di eredità, lo spirito di Elia - perché è pienamente cosciente della chiamata ricevuta ed è libero nel dire il suo "sì". La consegna del mantello e dei due terzi dello spirito manifestano pienamente la continuità dell'azione dello Spirito di Dio da Elia a Eliseo che, nella fedeltà delle proprie azioni all’insegnamento del padre, persevera concorde nella stessa identica missione e mostra come l'azione divina resta identica, coerente e ininterrotta.
Nella sua vicenda, Elia è sostenuto dalla fedeltà del Signore, una roccia sicura che ha reso possibile la fedeltà stessa del profeta: è proprio questa fedeltà divina a fondare la perseveranza che ci incoraggia a passare dalla fiducia in noi stessi alla fiducia in Dio. Questa medesima fiducia è quella che Gesù Cristo chiede quando, per mezzo delle pie donne, invita i suoi fratelli a tornare in Galilea (Mt 28,10): non un nostalgico ritorno indietro, quasi a cancellare il dramma della passione e della morte, ma una conversione per ritornare alla fedeltà del primo amore e della prima chiamata, con la maturità conseguita dalla sofferenza redentrice che ci rende persone risorte. Una fedeltà così matura diventa missione, forza di attrazione e di sostegno, capace di generare fecondità in un’umanità che mai come ora ha bisogno dell’amore di Dio.
"La misericordia di Dio è l’artefice della perseveranza": su queste parole del nostro amato Padre (28 novembre 2024) intendiamo fondare i prossimi passi del nostro cammino nella storia della Chiesa.



